(Sun, 6 Jul 2008 14:37:16 +0200) "jules"
<
aleksandra_semitaio@virgilio.it> ha scritto:
>tu non sai di quella sera che ho preso la metro.
>Non è di odori o suoni
>o le mie voci di là da venire che vorrei dirti.
>Credimi, ancora adesso mi pare un sogno indotto.
>
>Quanti eravamo? Quattro dentro un film:
>il Ragazzo parla da solo con i libri in mano, vestito
>come in qualsiasi momento
>o epoca.
>
>Dopo l'ho rivisto - disperato - aveva perso i libri
>e Io Sono Uno Scrittore! Ci diceva.
>E allora?
>Ed è per questo che abbiamo fissato i muri, il pavimento, le ginocchia?
>
>Le carrozze della metro hanno i finestrini
>per controllare il buio, pareti gocciolanti e la velocità.
>La Musa Illuminata è in fondo al tunnel.
Condivido l'entusiasmo di Gadison, è la più bella delle quattro
postate (ti prego, facci da medicina: una al giorno, non di più!).
L'effetto cinema c'è tutto, carrellate incluse... solo che anche qui
sento la mancanza di qualcosa, è come se vedessi un puzzle e mi
mancassero delle tessere. Per cui formulo la domanda: ma anche tu hai
la mia stessa sensazione? Cioè, rileggendoti, e pur sapendo che in
poesia è più grossa la fetta del non-detto che il resto, ti pesa molto
avere "omesso" (la poesia, sì, è omissione)?
Altra impressione che tu avessi in mano dei versi, delle immagini e di
averne creato impalcatura: forse per questo mi viene il dubbio che
manchi qualcosa.
Un solo dubbio su "indotto" che suona malissimo e spezza l'ambiente
ovattato e da sogno che hai creato mirabilmente coi primi tre versi,
così come è mirabile l'ultimo verso (e noto con piacere che le tue
cose migliori hanno un andamento da endecasillabo: voluto?).
chapeau
ciao
Alberto
"La gioia è dunque un tale abisso
che non devo posare male il piede
per paura di rovinarmi la scarpa?"
E. Dickinson