Ho avuto la fortuna (direi anzi, il privilegio) di assistere a più
esibizioni di Art Pepper, artista di supreme qualità che, negli ultimi anni
della sua vita, seppe conferire al tardo (e già ripetitivo) hard bop
un'intensità ed una drammaticità in seguito eguagliate (forse) da
pochissimi.
Ho avuto di recente l'occasione di ascoltare una serie di incisioni
pubblicate dalla Art Pepper Music Corporation/Widow's Taste e diffuse già da
un po', fra cui un concerto realizzato dal quartetto di Pepper (con George
Cables, David Williams e Carl Burnett) ad Abashiri, in Giappone, nel 1981.
Un'occasione per ascoltare un grande poeta e un "far musica" collettivo di
straordinario livello. A parte l'ingiustamente poco conosciuto Carl Burnett,
eccellente batterista che ricordo anche a fianco di Freddie Hubbard e di
Gene Harris, e un contrabbassista del calibro di David Williams, si fa
particolarmente apprezzare l'arte, anch'essa mai conosciuta abbastanza, di
George Cables, che con Pepper aveva il tipo di rapporto che Kenny Barron
aveva con Stan Getz... Gemelli separati alla nascita, insomma.
Interpretazioni caratterizzate da un pathos privo di retorica in cui Pepper
letteralmente si mette a nudo, pur mantenendo l'abilità dello strumentista
fuori dal comune.
E' un peccato che di Pepper oggi si parli poco. Pur con tutto il rispetto
per un genio come Lee Konitz, quando mi capita di pensare ad un contraltista
bianco è più facile che la memoria mi torni all'enfasi travolgente con cui
Pepper letteralmente dilaniava le sue improvvisazioni.
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